L’eutanasia clandestina è violenza. L’eutanasia è non violenza
ott 12th, 2007 | Di santiago arguello | Categoria: Comunicatidi Andrea Panzini
Presidente Cellula Coscioni Bologna
A la morte se va tuti da scròfe
Franco Scataglini
La gravità della crisi conseguente al crollo delle difese religiose tradizionali, come delle altre difese e fughe storiche via via tentate, quella politica, quella filosofica, quella psicologica e quella demografica (erette dalla psiche umana per arginare l’angoscia di morte, la fonte principale di tutte le miserie fra le quali si trascina da sempre il genere umano) è dimostrata paradossalmente proprio dalla rimozione non solo del problema ma anche del “fatto-morte” dalla vita sociale e individuale delle società odierne. E’ stato il sociologo Gorer a rompere il silenzio della sociologia sui costumi mortuari del nostro tempo e, in particolare, sulla rimozione pressoché totale non solo della morte ma anche del moribondo dal contesto sociale odierno. In uno scritto intitolato La pornografia della morte (G. Gorer, The Pornography of Death, in Encounter, ottobre 1955, poi ripreso in Death, Grief and Mourning in Contemporary Britain, Doubleday, New York, 1963) Gorer descrive e denuncia la crudele emarginazione del morente e dei superstiti nella nostra società “avanzata”. Egli sostiene che, mentre nella società tradizionale i rituali del lutto integravano la morte e il dolore nel contesto sociale e facevano sentire sia al moribondo sia ai familiari la solidarietà del gruppo, la società moderna avrebbe “privato l’uomo della sua morte” e i familiari del loro dolore, relegando la morte in un asettico e impersonale contesto ospedaliero e creando un clima di tacita disapprovazione intorno alla disperazione dei superstiti. Gorer rileva anche, acutamente, che il muro di silenzio e di menzogna un tempo riservato al sesso sembra ormai trasferito alla morte (“Si piange soli, in privato, di nascosto, come se si trattasse di una masturbazione”). Soprattutto crudele è il comportamento verso il moribondo. Nell’ospedale, ove è ormai quasi sempre confinato e sequestrato, si teme che egli non sia in grado di attenersi a “uno stile accettabile di morte” (an accettable style of dying), come dicono Glaser e Strauss, autori di un ottima indagine sul comportamento del personale medico e paramedico di sei ospedali americani (ma il discorso mi sembra valido per qualsiasi ospedale odierno) nei confronti dei moribondi ( B. G. Glaser e A. L. Strauss, Time for Dying, Chicago, Aldine, 1968). Questo “stile” deve soprattutto comportare nel malato una sua “ragionevolezza” e “collaborazione” indefinita a rituali spesso tormentosi e interminabili di una terapia “che tutti sanno inutile”, una vera e propria forma di tortura sui corpi sequestrati a quei malati. I recenti casi Welby e Nuvoli, ma non solo quelli, hanno fatto riflettere.
Infatti non è assolutamente vero che per secoli l’uomo è stato il padrone indiscusso della sua morte. Al contrario, l’uomo dell’era religiosa riuscì per lunghi periodi a placare (non certo a estinguere) la sua angoscia di morte sottoponendosi incondizionatamente ai dettami sempre più tirannici della religione in ogni istante della sua vita e soprattutto della sua morte. E anche questa “morte pilotata” divenne sempre più penosa, perché a essa si accompagnarono una crescente angoscia della dannazione e una crescente rigidità procedurale. Il dramma schiacciante dell’uomo contemporaneo è che, con il crollo di queste favole e di queste credenze, anche i rituali tradizionali della morte e del lutto hanno perduto ogni potere di rassicurazione e di consolazione e per questo, non per la malvagia volontà di alcuno, sono caduti in disuso. La solitudine del moribondo è una realtà tremenda e dolorosa che bisogna svelare e denunciare perché finalmente si sviluppino quella solidarietà commossa e fattiva verso i morenti e quelle cliniche della “morte serena” che la Kubler-Ross e pochi altri pionieri hanno tentato di assicurare (E. Kubler-Ross, Death, Prentice-Halil, New Jersey, 1975). Insomma, dinanzi alla minaccia che l’angoscia di morte dilagasse senza più argine nella sua psiche, l’uomo moderno ha solo fatto a livello pratico quello che i suoi intellettuali più o meno impegnati hanno fatto a livello culturale: ha rimosso la morte dalla propria vita, confinandola in luoghi e mani estranei. Luigi De Marchi ha ragione quando sostiene che le origini di questa vera e propria fuga dalla morte risalgono, in Europa, alla fine del Settecento e si collegano anche a un fenomeno solo apparentemente estraneo: l’incremento esplosivo della popolazione iniziatosi appunto a quell’epoca (L. De Marchi, Lo Shock primario, Scimmietta, Ti amo!, Le radici del fanatismo da Neanderthal alle Torri gemelle, Roma, Rai Eri, 2002). Dovuto, secondo me, anche all’ ancestrale e irresponsabile modo in cui l’uomo riproduce la sua specie, cioè in modo bestiale e non secondo i dettami dell’amore. Proprio mentre crollano le difese religiose, l’esplosione demografica, oggi più distruttiva dell’esplosione di una bomba atomica [giustamente Konrad Lorenz ha messo tra i peccati capitali la sovrappopolazione
(K. Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà , Milano, Adelphi, 1974)] e la rapida urbanizzazione portano a una massificazione della morte, della sepoltura e dei relativi rischi di contaminazione, che potenziano l’angoscia esistenziale. Così, una volta che la malattia terminale o la morte si producono, silenzio e fuga sono divenuti ormai la norma non scritta.
Perciò è mia opinione che il fenomeno dell’eutanasia clandestina (di massa e di classe), praticata negli ospedali d’Italia (L’eutanasia clandestina in Italia: www.lucacoscioni.it/eutanasia_clandestina) e di mezzo mondo, è non solo la cartina di tornasole ma anche uno degli effetti empirici di quella norma non scritta. La recente Udienza Conoscitiva della Cellula Coscioni di Bologna e dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica con l’Assessore alle Politiche per la Salute e con la IV Commissione Assembleare della Regione Emilia Romagna, sulla richiesta, avanzata da quelle associazioni, di avviare una indagine conoscitiva sul fenomeno dell’eutanasia clandestina, ha avuto un esito negativo: l’Assessore, anche a nome della Giunta, ha deciso che quella indagine, manzonianamente, non s’ha da fare, per motivi di “inopportunità ” (politica). Io credo che la Loro pur buona politica sulla realizzazione del consenso informato, sul monitoraggio delle terapie di fine vita, sul progetto di assistenza per l’area disabilità acquisite sia necessaria ma non sufficiente: infatti, in vista di una legge sul testamento biologico, credo fermamente che sia ancora necessaria anche l’indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina, perché i dati raccolti potranno spingere tutte le altre Regioni a realizzare analoghe indagini, che sono alla base dell’avvio, finalmente anche in Italia, della approvazione da parte del Parlamento di una legge che legalizzi e regolamenti la morte medicalmente assistita, cioè l’eutanasia, alla quale sono favorevoli 7 italiani su 10, come emerso da un recente sondaggio Eurispes. Del resto decine di migliaia di Cittadini hanno firmato la Petizione al Parlamento italiano promossa dalla Associazione Luca Coscioni, perché il Parlamento affronti e risolva la questione. E tutto ciò lo afferma la recente Dichiarazione/Risoluzione della Conferenza del Parlamento Europeo, 5 luglio 2007 (un problema di diritti umani) sulla morte medicalmente assistita: “…il diritto alla dignità è un diritto fondamentale che va garantito anche a fine della vita…l’eutanasia clandestina è diffusa in quei Paesi che la vietano…è praticata senza garanzie, procedure e controlli appropriati, creando un rischio di abuso…l’applicazione di questa legislazione (quella degli Stati Membri che hanno introdotto una legislazione sull’eutanasia) ha portato a dei risultati positivi con un trend costante e decrescente…chiede alla Commissione, al Consiglio e agli Stati Membri/al governo, al Parlamento di collezionare, analizzare e comparare prove empiriche sulle decisioni mediche di porre fine alla vita…chiede agli Stati Membri (governo, Parlamento) di considerare di rivedere la legislazione per assicurare l’autonomia del paziente…”.
(www.radicalparty.org,campaigns,eutanasia)
In una democrazia l’autonomia e la libertà individuali sono beni sacri e intangibili di tutti i Cittadini. Già , “libertà ”, dopo averci ben pensato ho capito che questa parola misteriosa non significa altro, infine, nel fondo di ogni fondo, che libertà di scegliere anche il modo della propria morte. Bisogna portare alla luce l’eutanasia clandestina e la sua violenza, legalizzare e regolamentare (come fu per divorzio e aborto) la morte medicalmente assistita, l’eutanasia: la quale è in pieno accordo con la nonvioloenza:
“Io non posso sopportare neanche per un istante di vedere
un qualsiasi essere vivente soffrire impotente la tortura
di una morte lenta”. (Gandhi)